di Federica Marengo martedì 22 settembre 2026

-Nel pomeriggio di venerdì 18 settembre, Papa Leone XIV si è recato nella Basilica di San Giovanni in Laterano per presiedere l’Assemblea della Diocesi di Roma.
L’intervento del Pontefice, è stato introdotto dal discorso del Cardinale Vicario, Reina, che ha evidenziato le sofferenze e le disuguaglianze crescenti nella Capitale, la necessità di una Chiesa più prossima a ogni abitante della città e ha espresso gratitudine al Santo Padre per “i numerosi gesti di cura e di attenzione verso la sua Diocesi”, come la consacrazione dei Vescovi ausiliari, la visita in cinque parrocchie romane in tempo di Quaresima e il Motu proprio che aggiorna la Costituzione apostolica sul governo del Vicariato.
A seguire, le testimonianze di una giovane, che ha raccontato delle inquietudini delle nuove generazioni, di un’operatrice della Caritas e di una famiglia.
Papa Leone XIV , poi, ha preso la parola per pronunciare il Suo discorso, nel quale, evocando il racconto evangelico del mattino di Pasqua e della Risurrezione, con la visita di Maria di Magdala al sepolcro, e le domande rivoltele da Gesù: “Perché piangi?, Chi cerchi?”, ha sottolineato come queste ultime siano le stesse domande che dovrebbero ispirare il cammino prossimo della Diocesi di Roma e che dovrebbero essere rivolte alla Chiesa e all’intera città.
Pertanto, ha proseguito il Pontefice, ogni azione pastorale deve ripartire, non tanto chiedendosi “che cosa fare?”, ma “chi” e “come” incontrare.
Per questo, il Santo Padre non ha proposto un nuovo programma pastorale, ma bensì una “verifica pastorale, sotto la luce dello Spirito Santo”, spiegando che ciò “Significa fermarsi, rileggere ciò che è accaduto, riconoscere ciò che ha portato frutto, comprendere ciò che non ha funzionato e cercarne insieme le ragioni. Significa, in una parola, fare verità”, “coinvolgendo l’intera comunità e, per quanto possibile, ascoltando anche persone che non la frequentano e vedono le cose, per così, dire “dall’esterno”.
Da qui, Papa Leone XIV ha indicato alcune “attenzioni” da seguire nella verifica pastorale: “La prima attenzione: incontrare Cristo e farlo incontrare. La Chiesa non esiste per sé stessa, ma per condurre ogni persona all’incontro con il Signore; e allora non basta domandarsi se un’attività è ben organizzata, se è partecipata, se dura da molti anni; occorre domandarsi se essa conduce realmente a Cristo, se fa incontrare il Vangelo con la vita concreta delle persone. La seconda attenzione: generare comunità. Dalla Pasqua di Cristo nascono comunità nuove, libere, riconciliate. Abbiamo il coraggio di curare l’essenziale, per lasciare spazio a relazioni vere, dentro le quali le persone si sentano parte di un popolo: si sentano accolte, accompagnate, valorizzate, corresponsabili. Ai giovani impegniamoci a offrire tempo e ascolto, dentro e oltre le iniziative. La terza attenzione: abitare e servire la città. Roma non è lo sfondo indifferente delle nostre comunità: è il luogo della nostra missione. La comunità generata dal Risorto non può restare chiusa in sé stessa, ma condivide le attese, le fragilità e le domande delle persone; e impara a riconoscere, in ciò che accade nei diversi ambienti della città, le domande alle quali il Vangelo può rispondere, se nuovamente accolto. A queste tre attenzioni di verifica se ne aggiunge una quarta, che le attraversa tutte: la formazione del Popolo di Dio. Le nostre attività fanno crescere nella fede? Formano discepoli missionari? Aiutano a maturare responsabilità ecclesiali? Generano una fede adulta, capace di tradursi in scelte concrete di vita e di servizio?”.
Il Pontefice ,quindi, ha illustrato il cuore del metodo basato sulla “verifica pastorale”, ovvero: la domanda “perché?”, “da porsi per ogni cosa che si fa”, in quanto: “ Dall’incontro tra le ragioni delle nostre scelte e le ragioni dei loro effetti nasce un discernimento autentico, che permette di riconoscere ciò che va mantenuto, valorizzato, corretto, abbandonato o avviato”, evidenziando che si tratta di un metodo comune, di uno stile pastorale fatto “di ascolto, di discernimento, di verifica e di conversione”, da compiere attraverso un cammino, e non un’iniziativa a tempo, da applicare nei cinque ambiti che sono: la catechesi e l’iniziazione cristiana, i giovani, la famiglia, la carità e le vocazioni.
Ancora, il Santo Padre ha indicato, accanto al metodo della “verifica pastorale”, “un volto”, affinché quest’ultima non resti astratta: quello di don Luigi Di Liegro, presbitero della Chiesa di Roma, morto il 12 ottobre 1997, di cui ha annunciato l’approvazione per l’avvio della causa di canonizzazione.
Poi, ringraziando per l’ operato: il Cardinale Vicario, i Vescovi ausiliari, i Prefetti, quanti prestano servizio negli uffici del Vicariato, i Parroci e i Vicari parrocchiali; i sacerdoti anziani e malati, i Cappellani degli ospedali, delle carceri, delle scuole e delle università; i sacerdoti venuti da altre Chiese e da altri Paesi, “che servono in questa città come fosse la loro”, i Diaconi permanenti e le loro famiglie, i religiosi e le religiose; “chi nel silenzio sostiene Roma con l’intercessione; chi la incontra ogni giorno nelle scuole, negli ospedali, nelle case di accoglienza, nelle periferie”, i catechisti, gli educatori e gli operatori della carità, Papa Leone XIV , si è rivolto loro, dicendo: “So anche che il servizio pastorale, oggi, è più faticoso di ieri. Vi esorto a non portare le fatiche da soli. E vi dico con chiarezza che l’arte della verifica pastorale non vi chiede di fare di più: vi dà, anzi, il permesso di fare meno e meglio. Se la verifica pastorale diventasse un’ulteriore incombenza sulle vostre spalle, ne avremmo tradito il senso. Vorrei allora offrirvi qualche considerazione sul volto dei presbiteri di cui Roma ha bisogno. Il prete dovrebbe essere un uomo che ascolta prima di rispondere, che discerne prima di decidere. Una persona che resta davanti al Signore, perché non può condurre altri a un incontro che non sta vivendo. La domanda del “perché?” è anzitutto una sua domanda personale: perché sono prete? Corrisponde ancora, la mia giornata, al motivo per cui il Signore mi ha chiamato per nome? Il prete non concentra in sé ogni responsabilità. Riconosce i carismi, forma le coscienze, rende possibile la corresponsabilità dei laici: non per mancanza di forze, ma per fedeltà alla natura della Chiesa. Una comunità nella quale tutto dipende dal parroco è una comunità fragile, e presiedere non significa fare tutto. Significa generare comunione, valorizzare le energie degli altri, collegare persone e realtà, custodire l’unità. Il prete, infine, si inserisce e desidera appartenere a una comunità capace di leggere il proprio quartiere, di condividerne le ferite e le speranze, responsabile della vita di tutti, anche di chi non varca la soglia della chiesa. Questa è la forma che la carità assume nella presidenza pastorale, ed è ciò che impedisce a una parrocchia di ripiegarsi nell’autoconservazione”.
Infine, rivolgendosi anche ai seminaristi e ai loro formatori, di cui ha sottolineato l’importanza dell’esempio e, riponendo in loro gratitudine e fiducia, il Pontefice li ha invitati a “ prendere parte, già ora, a questo cammino di verifica, imparando ad assumerlo come stile negli anni della formazione” e a lasciarsi formare, oltre che dai libri, “dai volti: dai poveri, dai malati, dalla gente delle parrocchie”.
In conclusione del Suo discorso, il Santo Padre ha auspicato che, da questo discernimento pastorale, che richiede pazienza e coraggio, nasca “una fase di condivisione delle esperienze rinnovate” e poi la costruzione di un cammino comune di preparazione al Giubileo della Redenzione del 2033, affidando la comunità ecclesiale, i fedeli e la città alla Madre di Dio, Salus Populi Romani, “che per prima ha creduto e ha generato Cristo al mondo”.
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