di Federica Marengo mercoledì 14 ottobre 2026

-Proseguono gli attacchi sferrati dagli Houthi ribelli filo iraniani sull’Arabia Saudita.
Nelle ultime ore, infatti, gli Houthi hanno rivendicato i raid con cui hanno colpito diverse strutture del colosso petrolifero saudita Aramco a Dhahran, nella Provincia Orientale , e più volte l’aeroporto internazionale di Riad, causando la morte di 12 persone, per poi minacciare di sferrare nuovi attacchi, nei prossimi giorni, sul territorio saudita, sempre contro aeroporti e impianti petroliferi.
Inoltre, secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, che riporta il Rapporto di Conflict Armament Research, organizzazione che opera nelle zone di conflitto e documenta uso delle armi e catene di approvvigionamento, gli Houthi starebbero tentando di produrre autonomamente missili balistici avanzati a medio raggio, con componenti forniti dalla Cina e la versione di una delle armi iraniane più potenti : il missile a guida di precisione Kheibar Shekan, per rendere l’intera Arabia Saudita e Israele potenziali bersagli.
Il ministero dell’Energia di Riad, tramite nota, ha confermato che l’attacco a Dhahran ha colpito un palazzo che ospita uffici di Saudi Aramco, causando un “piccolo incendio” e che non si hanno notizie di feriti o vittime, mentre la coalizione a guida saudita ha intercettato e distrutto tre missili da crociera e due doni diretti verso Riad e il sud del Paese.
Successivamente, la Protezione civile dell’Arabia Saudita ha reso noto che , nelle scorse ore, i detriti di due missili Houthi intercettati sono caduti su aree residenziali di Riad, ferendo quattro persone e danneggiando quindici abitazioni.
Stamane, come riportato da Al Jazeera, il Premier iracheno Ali al-Zaidi è arrivato a Riad per colloqui, sottolineando come i rapporti tra Iraq e Arabia Saudita siano “di particolare importanza strategica, dato il peso politico ed economico di entrambi i Paesi, così come i loro legami arabi condivisi e gli interessi geografici, economici e di sicurezza comuni” e come la sicurezza dell’Iraq e la stabilità dell’Arabia Saudita facciano parte “di un’equazione più ampia per la sicurezza del Golfo e la stabilità regionale”.
Intanto, dall’ Alaska, dove si è recato per un comizio elettorale in vista delle elezioni di midterm, il Presidente USA Trump , minacciando nuove azioni militari contro l’Iran, ha dichiarato: “Aspettate e vedrete cosa faremo all’Iran. Li colperemo duramente, ne abbiamo abbastanza. Se volete vedere dei guai seri, lasciate che l’Iran si doti di un’arma nucleare”.
A Teheran, invece, secondo quanto riferito da Al Jazeera, il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore, Mohammad Bagher Ghalibaf, nel corso di una riunione congiunta del comitato nazionale per il coordinamento economico, ha affermato che “L’Iran deve prepararsi a far fronte nel lungo termine alla guerra economica imposta dagli USA”, sottolineando la necessità di raggiungere un consenso “su come pianificare le misure per affrontare gli effetti delle sanzioni statunitensi sull’economia del Paese”, in quanto, “La priorità più importante per chi prende le decisioni è garantire il sostentamento della popolazione e delle forze armate”, in modo che “la situazione finanziaria dei cittadini sia l’ultima a risentire della pressione della guerra e delle sanzioni”.
Proprio a proposito delle conseguenze della guerra sul fronte finanziario, secondo le stime diffuse da Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, la guerra in Iran sarebbe costata finora a ogni famiglia americana circa 2.000 dollari.
Nello specifico, per Zandi, che ha indicato i prezzi dell’energia come il fattore principale del rialzo dei costi: “I costi complessivi della guerra hanno assorbito circa la metà dell’aumento di reddito della famiglia americana media negli ultimi otto mesi”, costando ai consumatori americani 265 miliardi a livello nazionale.
Riguardo a ciò che accade nello Stretto di Hormuz, stamane, la Marina dei Guardiani della rivoluzione, ha fatto sapere, tramite comunicato diffuso dai media iraniani , che “Una nave che tentava di attraversare Hormuz su una rotta “non autorizzata” da Teheran è affondata nel sud dello Stretto” e che “L’imbarcazione, con 2.500 container a bordo, è esplosa dopo aver urtato una mina navale ed è stata interessata da un grave incendio”.
A proposito dello Stretto, come riportato dal ministero degli Esteri turco, il ministro Fidan ha avuto un colloquio telefonico con l’omologo iraniano Abbas Araghchi nel quale: “I due ministri hanno esaminato gli ultimi sviluppi nella regione, soffermandosi in particolare sulla situazione nello Stretto di Hormuz e sul difficile negoziato tra Iran e Stati Uniti”; gli sforzi diplomatici in corso tra Washington e Teheran e il ruolo della Turchia nella difficile ricerca di una soluzione alle ostilità”.
Nel frattempo, mentre il ministro degli Esteri colombiano, Omar Bula, è arrivato a Tel Aviv per rilanciare la diplomazia con Israele, interrotta dal precedente governo di Gustavo Petro, in risposta agli attacchi militari contro Gaza, la rete televisiva israeliana Channel 12, che cita fonti governative a conoscenza dei colloqui, ha riferito che il Premier Netanyahu avrebbe chiesto al Presidente USA Trump di riprendere le ostilità contro l’Iran prima delle elezioni israeliane del 27 ottobre e delle elezioni USA di metà mandato del 3 novembre, per via di “mosse preoccupanti dell’Iran in ambito nucleare” e che , sebbene Trump abbia dichiarato pubblicamente che non riprenderà gli attacchi contro l’Iran prima delle elezioni di metà mandato, “le Idf e il Centcom sarebbero in stato di massima allerta e starebbero completando i preparativi nell’eventualità che Washington cambi la sua linea”.
Tuttavia, a detta della sicurezza israeliana: “Non vi sarebbe stato alcun cambiamento nella valutazione di intelligence sull’Iran tale da giustificare un’operazione congiunta israelo-americana nelle prossime due o tre settimane, anche se negli ultimi giorni Teheran avrebbe condotto dei test di missili balistici da diverse basi, apparentemente nel tentativo di ricostruire il proprio programma missilistico”.
Per l’Egitto, Paese mediatore, il ministro degli Esteri Badr Abdelatty, respingendo ai microfoni di Sky News Arabia, le accuse da parte dell’Etiopia di alimentare disordini interni, attribuendo ad Israele la responsabilità dei ritardi nell’accordo su Gaza, ha dichiarato: “ Quanto a Gaza, Israele è responsabile del ritardo nell’attuazione della seconda fase dell’accordo e il piano Trump non ha portato finora alla ricostruzione di ospedali e scuole nel territorio, come invece previsto. L’Egitto , si oppone ai piani di sfollamento dei palestinesi da Gaza, coordinando la propria posizione con quella di altri Paesi arabi. All’inizio del mese, nel corso di colloqui con l’esponente di Fatah Jibril Rajoub, ha sollecitato un accesso umanitario senza ostacoli e interventi di ripresa immediata”.
Poi, in merito alla situazione in Sudan, Abdelatty ha assicurato: “L’Egitto sta lavorando per ottenere l’accordo della parte sudanese su una futura tabella di marcia. Ci stiamo coordinando con i Paesi occidentali e con i partner per porre fine alla guerra in Sudan”.
Infine riguardo all’Iran, il ministro degli Esteri egiziano Abdelatty, ha detto: “ I contatti dell’Egitto con Teheran mirano a ridurre l’escalation nella regione. Non esiste una soluzione militare alle crisi che la regione sta attraversando”.
In merito alla situazione in Cisgiordania, secondo l’agenzia palestinese Wafa, durante la notte un gruppo di coloni estremisti israeliani avrebbe dato fuoco a una moschea e a un veicolo nel villaggio di Mikhmas, a nord-est di Gerusalemme.
In Italia, la Presidente del Consiglio, Meloni, nel corso delle Comunicazioni alle Camere in vista del Consiglio Ue del 15 e 16 ottobre, in merito alla guerra in Medio Oriente e in Iran, tra i temi in agenda del vertice di Bruxelles, insieme con la conseguente crisi energetica, ha evidenziato: “Tra i temi all’ordine del giorno del Consiglio c’è, ovviamente, anche il Medio Oriente, forse il dossier nel quale si vede più chiaramente quanto gli equilibri internazionali incidano ormai direttamente sulla vita quotidiana delle nostre Nazioni.
Una settimana fa, mentre ero a Spalato con i leader delle Nazioni del MED9, abbiamo ricordato i tre anni dal drammatico attacco del 7 ottobre 2023. Un attacco barbaro, che ha gettato l’intera regione nel caos. Credo che sia importante ricordarlo anche oggi, perché qualsiasi legittimo approccio critico verso le azioni del Governo israeliano nei tre anni successivi non può e non deve mai farci dimenticare quello che è stato il più orrendo pogrom dai tempi della Shoah, pianificato ed eseguito da Hamas.
Soprattutto in un momento in cui l’ombra dell’antisemitismo sembra rialzare la testa in molte Nazioni. La sicurezza dello Stato di Israele, quindi, non può essere messa in discussione. E continuo a ritenere che con Israele sia necessario mantenere aperto un canale di dialogo. Dopodiché, però, ci preoccupa il perdurare della presenza israeliana nel sud del Libano, in Siria, a Gaza. E in Cisgiordania assistiamo a una pressione sulla popolazione palestinese che è intollerabile.
Come abbiamo scritto insieme a Francia, Germania, Regno Unito e altri partner, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali. E ci opponiamo con forza a chi sostiene l’annessione e lo spostamento forzato della popolazione palestinese. Di fronte a questa situazione credo che l’Europa debba riprendersi lo spazio che può occupare. E la finestra per farlo si aprirà, inevitabilmente, con l’insediamento del nuovo Governo israeliano, chiunque dovesse vincere le elezioni. Sarà quello il momento per chiedere gesti capaci di invertire la spirale negativa da troppo tempo in atto e di riaprire, in prospettiva, un percorso politico di pace.
Ci vorrà tempo, lo sappiamo. Ma sappiamo altrettanto bene che se nei prossimi mesi assisteremo a un’espansione senza fine degli insediamenti in Cisgiordania, al crollo dell’Autorità palestinese o alla ripresa della violenza a Gaza o nella stessa Cisgiordania, la soluzione dei due Stati diventerà impossibile. E questo è un esito che non possiamo permetterci.
Proporrò quindi di lavorare, in Europa, su alcune richieste precise, che possano creare lo spazio per un ritorno al dialogo politico. Tra queste, il trasferimento all’Autorità palestinese delle entrate fiscali che Israele oggi trattiene e il congelamento dell’insediamento E1, sul quale ci siamo già espressi insieme ai nostri principali partner europei. A Gaza la situazione resta drammatica. Servono più aiuti e servono in fretta. E serve un’iniziativa politica per verificare se Hamas sia davvero disposta a deporre le armi. Sarebbe la svolta di cui abbiamo bisogno, e aprirebbe la strada alla ricostruzione, nell’interesse, prima di tutto, della popolazione civile.
Continuiamo, poi, a credere e a lavorare per una pace vera tra Israele e Libano. Come sapete, l’Italia ha ospitato diverse tornate negoziali e siamo pronti a farlo di nuovo. Sono convinta che la leadership libanese sia sinceramente pronta a sottoscrivere una pace giusta e duratura con Israele. E noi siamo pronti a sostenerla, anche con un’iniziativa franco-italiana per il dopo UNIFIL, per dotare le Forze Armate libanesi delle capacità necessarie ad affermare la sovranità del Libano su tutto il suo territorio. Al Consiglio Europeo discuteremo anche della situazione in Iran e nel Golfo. A partire dalla libertà di navigazione a Hormuz e a Bab el-Mandeb, che per l’Europa rappresenta un interesse vitale. Le restrizioni e gli attacchi in questi due passaggi hanno avuto un effetto diretto sulla vita dei nostri cittadini, a cominciare dal prezzo dell’energia.
Il Governo si è impegnato a contenerne gli effetti e continuerà a farlo con ogni strumento a disposizione, ma una soluzione duratura passa necessariamente dal ripristino di una piena libertà di navigazione: senza pedaggi e senza limitazioni discriminatorie. Per questo, credo che l’Europa debba impegnarsi in prima persona, a partire dal rafforzamento dell’Operazione Aspides nel Mar Rosso, che l’Italia oggi guida e che si regge in larga parte sul contributo di pochissime Nazioni. Servono più navi, e servono ora.
Dobbiamo poi approfondire il partenariato con le Nazioni del Golfo. Europa e Golfo sono due aree legate da interessi sempre più stretti, che per prosperare hanno bisogno di regole e di stabilità. L’Italia ha messo a disposizione delle Nazioni della regione che lo hanno chiesto assetti per difendersi dagli attacchi ingiustificati dell’Iran e dei suoi alleati. Attacchi che, negli ultimi giorni, hanno visto un’ulteriore escalation degli Houthi contro le infrastrutture energetiche saudite e che condanniamo con fermezza. Ma, nella prossima fase, la priorità dovrà essere un’altra: non dipendere più da un unico punto di passaggio. Significa costruire nuovi collegamenti tra Europa, Golfo e Asia, a partire dal corridoio IMEC; proteggere meglio porti, cavi sottomarini e infrastrutture energetiche; diversificare rotte e fornitori. Anche qui, l‘Italia, insieme alle sue imprese, sta facendo la propria parte. Ma ora deve farla anche l’Europa”.
In ambito diplomatico, il Vicepremier e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, Tajani, ha avuto un colloquio telefonico con l’ omologo saudita, Faisal bin Farhan, nel quale, come riferito in un post social, ha espresso “la solidarietà dell’Italia e la condanna per i nuovi attacchi Houthi, anche contro importanti infrastrutture civili” e ha ringraziato le autorità saudite “per continuare a garantire la sicurezza degli italiani presenti nel Paese”, sottolineando: “Vogliamo favorire una soluzione diplomatica alla crisi yemenita, sostenendo gli sforzi delle Nazioni Unite: continuiamo il lavoro per la sicurezza del Golfo e la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso per garantire i traffici commerciali. Per questo il rafforzamento della missione Ue Aspides è decisivo per la sicurezza nella regione e per la protezione delle linee di navigazione”.
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