di Federica Marengo venerdì 11 settembre 2026

Negli ultimi giorni, le tensioni belliche dallo Stretto di Hormuz, si sono concentrate sullo Stretto di Bab al-Mandeb, nel Mar Rosso, altro snodo commerciale e petrolifero globale del Medio Oriente, determinando il più importante avanzamento territoriale da parte dei ribelli filo-iraniani dalla tregua siglata nel 2022.
Gli Houthi, infatti, hanno conquistato il porto di Mokha e l’intero litorale affacciato su Bab al-Mandeb, causando il ritiro delle forze governative yemenite dall’isola di Perim nello stretto di Bab el-Mandeb, la fuga in massa dei residenti e del personale sanitario verso sud, in direzione di Aden, roccaforte del governo riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita.
A tal proposito, l’Onu, tramite l’inviato speciale, Hans Grundberg, ha espresso la propria preoccupazione durante una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza, dichiarando che “Questa nuova guerra segna la fine della relativa calma durata oltre quattro anni” e sollecitando “una risposta internazionale immediata per evitare un’escalation di portata regionale”.
Intanto, secondo il sito USA, Axios, il Presidente ereditario saudita, bin Salman, avrebbe contattato via telefono due volte il Presidente Trump chiedendogli di attaccare gli Houthi, incassando ,però, almeno per il momento, un rifiuto riguardo a un possibile intervento militare americano, ma anche la disponibilità a fornire all’Arabia Saudita informazioni di intelligence e dati per l’individuazione degli obiettivi.
In queste ore, poi, tramite una dichiarazione pubblicata sui social dal portavoce militare, il generale di brigata Yahya Saree, gli Houthi hanno affermato che l’operazione, iniziata il 3 settembre, aveva l’obiettivo di espellere le forze filo-saudite da alcune aree delle province di Taiz e Hodeidah e di porre fine a “un assedio e un’aggressione contro lo Yemen che durano da anni”, realizzando : la cacciata delle forze sostenute dall’Arabia Saudita da sei distretti, per un territorio complessivo di 5.400 chilometri quadrati, centinaia di morti, feriti e prigionieri tra le forze avversarie, la liberazione di alcuni prigionieri yemeniti detenuti dalle forze filo-saudite e l’attuazione di trentadue operazioni di difesa aerea, durante le quali, sarebbero stati abbattuti nove velivoli.
Gli Houthi , nella stessa dichiarazione, hanno anche assicurato che la navigazione marittima resta sicura per tutte le compagnie, ad eccezione delle navi saudite, alle quali è vietato il transito, ribadendo che continueranno “la politica di assedio contro assedio ed escalation contro escalation, fino a quando non cesserà l’aggressione e non verrà revocato l’assedio imposto allo Yemen”.
Tuttavia, l’agenzia France-Presse , che cita un funzionario governativo, ha reso noto che “Sei missili hanno colpito il porto di Mokha”, senza, però, specificarne l’origine, mentre l’ emittente televisiva Almasirah, vicina agli Houthi, ha fatto sapere che l’Arabia Saudita ha effettuato degli attacchi contro l’aeroporto della città.
Dall’Iran, il cui Presidente, Pezeshkian, è arrivato a Nuova Delhi per partecipare nel fine settimana al vertice del forum internazionale BRICS, il primo Vicepresidente, Mohammad Reza Aref, in un post social, si è congratulato per le vittorie degli Houthi nello Yemen e per la recente conquista di territori attorno allo strategico stretto di Bab el-Mandeb, sebbene in precedenza il ministero degli Esteri iraniano avesse chiesto la ripresa del dialogo nello Yemen come unica soluzione al conflitto.
Sul fronte dello Stretto di Hormuz, invece, le forze iraniane continuano a bloccare quasi tutte le esportazioni di petrolio, esigendo che le navi in transito ottengano il permesso di Teheran per attraversarlo e attaccando le imbarcazioni qualora tentino di aggirare il blocco, causando un’impennata dei costi dei carburanti.
In merito, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Baghaei, ha annunciato che Teheran sta organizzando per lunedì, in Oman, un incontro tra i ministri degli Esteri dell’Iraq e di altri Stati arabi che si affacciano sul Golfo, per discutere delle rotte commerciali sicure attraverso lo Stretto di Hormuz.
Proseguono anche i contatti di Teheran con i Paesi mediatori come il Pakistan. Secondo Haaretz, il ministro degli Esteri iraniano Araghchi e il capo dell’esercito pakistano Asim Munir avrebbero discusso in un colloquio telefonico della possibilità di ripristinare gli sforzi diplomatici per allentare le tensioni tra Teheran e gli Stati Uniti su tutti i fronti e sulla possibilità di riprendere i colloqui sugli attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita.
Ciò, mentre il segretario alla Difesa USA Pete Hegseth , nel suo intervento alla cerimonia di commemorazione per i venticinque anni dagli attentati dell’11 Settembre, ha dichiarato: “Negli ultimi sei mesi, abbiamo messo in ginocchio il più prolifico Stato sostenitore del terrorismo al mondo. I nostri combattenti hanno affrontato una teocrazia islamica che da quasi mezzo secolo invoca la nostra morte, che ha esultato per l’11 Settembre: un regime che per decenni ha sponsorizzato attacchi terroristici contro gli americani, uccidendone a migliaia, compresi i nostri commilitoni in Iraq e in Afghanistan. La pressione economica si fa ogni giorno più forte. Controlliamo lo Stretto di Hormuz. Porteremo a termine questa battaglia”.
Il Presidente USA Trump, nel suo discorso al Pentagono per l’anniversario dell’11 Settembre, parlando della guerra in corso contro l’Iran, ha definito Teheran “lo sponsor numero uno del terrorismo nel mondo”, ribadendo che Teheran “non avrà mai l’arma nucleare” e, concludendo che l’America non dimenticherà mai l’11 Settembre e che continuerà a combattere perché ha scelta, se non la vittoria.
Ma per il New York Times, il Vicepresidente JD Vance, preoccupato per la strategia complessiva e per le possibilità di successo del conflitto, nonché per la capacità dell’Iran di assorbire perdite molto elevate e per la disponibilità limitata di armi difensive statunitensi, avrebbe contattato direttamente, nei mesi scorsi, diversi comandanti militari americani in Medio Oriente, Europa e Asia, per ottenere valutazioni sullo stato delle scorte di armamenti.
Secondo il quotidiano USA, i comandanti avrebbero segnalato soprattutto la forte riduzione degli intercettori Patriot e anche il capo degli Stati maggiori riuniti, avrebbe illustrato le difficoltà legate alle scorte e alla capacità di resistenza delle forze iraniane.
Nella Striscia di Gaza, invece, l’Idf, come confermato da Hamas, ha ucciso il comandante della Brigata Khan Yunis di Hamas. L’esercito israeliano ha riferito che ,nello stesso attacco ,sono stati uccisi anche un comandante di compagnia e un altro membro di Hamas.
Proseguono anche gli attacchi dell’Idf a Hezbollah nel sud del Libano, in attesa del nuovo round di colloqui che si terrà a ottobre a Roma, (dopo il rinvio dell’incontro previsto per il 15 e il 16 settembre), e le violenze dei coloni israeliani in Cisgiordania, dove Israele sostiene di aver sventato un contrabbando di armi dalla Giordania.
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