di Federica Marengo sabato 29 giugno 2024

-Stamane , nella Basilica di San Pietro, in occasione della Solennità dei Santi Pietro e Paolo, patroni di Roma, come di consuetudine, Papa Francesco ha benedetto i Palli(paramenti liturgici che rappresentano l’agnello che il pastore porta sulle spalle e, quindi, in senso metaforico, il compito pastorale di chi guida la Chiesa nei confronti del suo gregge di anime) che verranno consegnati e indossati dagli Arcivescovi Metropoliti, nominati nel corso dell’anno, presso la propria Sede Metropolitana.
Poi, dopo il rito della benedizione, il Pontefice ha presieduto la Santa Messa con i Cardinali, con gli Arcivescovi Metropoliti e con i Vescovi Sacerdoti, alla presenza dei fedeli e delle fedeli e di una Delegazione del Patriarcato di Costantinopoli.
Quindi, dopo la lettura del Vangelo, il Santo Padre ha pronunciato l’omelia, incentrata sui Santi Pietro e Paolo, in cui si è soffermato sull’immagine della “porta”.
A seguire, Papa Francesco, ha detto: “Guardiamo ai due Apostoli Pietro e Paolo: il pescatore di Galilea, che Gesù fece pescatore di uomini; il fariseo persecutore della Chiesa trasformato dalla Grazia in evangelizzatore delle genti. Alla luce della Parola di Dio, lasciamoci ispirare dalla loro storia, dallo zelo apostolico che ha segnato il cammino della loro vita. Incontrando il Signore, essi hanno vissuto una vera e propria esperienza pasquale: sono stati liberati e, davanti a loro, si sono aperte le porte di una nuova vita. Fratelli e sorelle, alla vigilia dell’anno giubilare, soffermiamoci proprio sull’immagine della porta. Il Giubileo, infatti, sarà un tempo di grazia nel quale apriremo la Porta Santa, perché tutti possano varcare la soglia di quel santuario vivente che è Gesù e, in Lui, vivere l’esperienza dell’amore di Dio che rinvigorisce la speranza e rinnova la gioia. E anche nella storia di Pietro e di Paolo ci sono delle porte che si aprono”.
Ancora, il Pontefice ha ripercorso le vicende di “liberazione” che hanno riguardato la vita dei due Santi: “La prima Lettura ,ci ha raccontato la vicenda della liberazione di Pietro dalla prigionia; questo racconto ha tante immagini che ci ricordano l’esperienza della Pasqua: l’episodio accade durante la festa degli Azzimi; Erode richiama la figura del faraone d’Egitto; la liberazione avviene di notte come fu per gli israeliti; l’angelo dà a Pietro le stesse disposizioni che furono date a Israele: alzarsi in fretta, mettersi la cintura, indossare i sandali. Quello che ci viene narrato, dunque, è un nuovo esodo. Dio libera la sua Chiesa, libera il suo popolo che è in catene, e ancora una volta si mostra come il Dio della misericordia che sostiene il suo cammino. E in quella notte di liberazione, dapprima si aprono miracolosamente le porte del carcere; poi, di Pietro e dell’angelo che lo accompagna si dice che si trovarono davanti «alla porta di ferro che arriva alla città; la porta si aprì da sé davanti a loro». Non sono loro ad aprire la porta, essa si apre da sé. È Dio che apre le porte, è Lui che libera e spiana la strada. A Pietro ,come abbiamo ascoltato dal Vangelo, Gesù aveva affidato le chiavi del Regno; ma egli fa esperienza che, ad aprire le porte, è per primo il Signore, Lui sempre ci precede. Ed è curioso un fatto: le porte del carcere si sono aperte per la forza del Signore, ma Pietro poi farà fatica ad entrare nella casa della comunità cristiana: colei che va alla porta, pensa che sia un fantasma e non gli apre. Quante volte le comunità non imparano questa saggezza di aprire le porte!. Anche il cammino dell’Apostolo Paolo è anzitutto un’esperienza pasquale. Egli, infatti, dapprima viene trasformato dal Risorto sulla via di Damasco e poi, nella continua contemplazione del Cristo Crocifisso, scopre la grazia della debolezza: quando siamo deboli , egli afferma, in realtà è proprio allora che siamo forti, perché non ci aggrappiamo più a noi stessi, ma a Cristo. Afferrato dal Signore e crocifisso con Lui, Paolo scrive: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me». Ma il fine di tutto ciò non è una religiosità intimista e consolatoria ,come oggi ci presentano alcuni movimenti nella Chiesa: una spiritualità da salotto; al contrario, l’incontro con il Signore accende nella vita di Paolo lo zelo per l’evangelizzazione. Come abbiamo ascoltato nella seconda Lettura, alla fine della sua vita egli dichiara: «Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero». Proprio nel raccontare di come il Signore gli ha donato tante possibilità per annunciare il Vangelo, Paolo usa l’immagine delle porte aperte. Così, del suo arrivo ad Antiochia insieme a Barnaba, si dice che «appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede». Allo stesso modo, rivolgendosi alla comunità di Corinto dice: «Mi si è aperta una porta grande e propizia» ; e scrivendo ai Colossesi li esorta così: «Pregate anche per noi, perché Dio ci apra la porta della Parola per annunciare il mistero di Cristo».
Infine, Papa Francesco, ha così concluso la Sua omelia: “Fratelli e sorelle, i due Apostoli Pietro e Paolo hanno fatto questa esperienza di grazia. Hanno toccato con mano l’opera di Dio, che ha aperto le porte del loro carcere interiore e anche delle prigioni reali dove sono stati rinchiusi a causa del Vangelo. E, inoltre, ha aperto davanti a loro le porte dell’evangelizzazione, perché sperimentassero la gioia dell’incontro con i fratelli e le sorelle delle comunità nascenti e potessero portare a tutti la speranza del Vangelo. E anche noi quest’anno ci prepariamo ad aprire la Porta Santa. Fratelli e sorelle, oggi gli Arcivescovi Metropoliti nominati nell’ultimo anno ricevono il Pallio. In comunione con Pietro e sull’esempio di Cristo, porta delle pecore , sono chiamati ad essere pastori zelanti, che aprono le porte del Vangelo e che, con il loro ministero, contribuiscono a costruire una Chiesa e una società dalle porte aperte. E voglio dare, con fraterno affetto, il mio saluto alla Delegazione del Patriarcato Ecumenico: grazie di essere venuti a manifestare il comune desiderio della piena comunione tra le nostre Chiese. Invio un sentito saluto cordiale al mio fratello, al mio caro fratello Bartolomeo. I Santi Pietro e Paolo ci aiutino ad aprire la porta della nostra vita al Signore Gesù, intercedano per noi, per la città di Roma e per il mondo intero”.
Subito dopo la Celebrazione Eucaristica, il Santo Padre, ha recitato l’Angelus dalla finestra dello studio nel Palazzo Apostolico Vaticano, insieme con i fedeli e le fedeli e con i pellegrini e le pellegrine in piazza, nel quale , parlando di San Pietro, cui Gesù ha affidato le chiavi del Regno dei Cieli, ha sottolineato: “Quelle chiavi rappresentano il ministero di autorità che Gesù gli ha affidato a servizio di tutta la Chiesa. Perché l’autorità è un servizio, e un’autorità che non è servizio è dittatura. Stiamo attenti, però, a intendere bene il senso di questo. Le chiavi di Pietro, infatti, sono le chiavi di un Regno, che Gesù non descrive come una cassaforte o una camera blindata, ma con altre immagini: un piccolo seme, una perla preziosa, un tesoro nascosto, una manciata di lievito, cioè come qualcosa di prezioso e di ricco, sì, ma al tempo stesso di piccolo e di non appariscente. Per raggiungerlo, perciò, non serve azionare meccanismi e serrature di sicurezza, ma coltivare virtù come la pazienza, l’attenzione, la costanza, l’umiltà, il servizio. Dunque, la missione che Gesù affida a Pietro non è quella di sbarrare le porte di casa, permettendo l’accesso solo a pochi ospiti selezionati, ma di aiutare tutti a trovare la via per entrare, nella fedeltà al Vangelo di Gesù. Tutti, tutti, tutti possono entrare. E Pietro lo farà per tutta la vita, fedelmente, fino al martirio, dopo aver sperimentato per primo su di sé, non senza fatica e con tante cadute, la gioia e la libertà che nascono dall’incontro con il Signore. Lui per primo, per aprire la porta a Gesù, ha dovuto convertirsi, e capire che l’autorità è un servizio. E non è stato facile per lui. Pensiamo: proprio poco dopo che aveva detto a Gesù: “Tu sei il Cristo”, il Maestro lo ha dovuto rimproverare, perché si rifiutava di accettare la profezia della sua passione e morte di croce”.
Quindi, ha concluso Papa Francesco: “Pietro ha ricevuto le chiavi del Regno non perché era perfetto, no, era un peccatore , ma perché era umile, onesto e il Padre gli aveva donato una fede schietta. Perciò, affidandosi alla misericordia di Dio, ha saputo sostenere e fortificare, come gli era stato chiesto, anche i suoi fratelli. Oggi possiamo chiederci: io coltivo il desiderio di entrare, con la grazia di Dio, nel suo Regno, e di esserne, con il suo aiuto, custode accogliente anche per gli altri? E per farlo, mi lascio “limare”, addolcire, modellare da Gesù e dal suo Spirito, lo Spirito che abita in noi, in ognuno di noi?. Maria, Regina degli Apostoli, e i Santi Pietro e Paolo ci ottengano, con la loro preghiera, di essere gli uni per gli altri guida e sostegno per l’incontro con il Signore Gesù”.
In conclusione, terminato l’Angelus, il Pontefice, ha rivolto un pensiero “ ai fratelli e alle sorelle che soffrono per la guerra: pensiamo a tutte le popolazioni ferite o minacciate dai combattimenti, che Dio le liberi e le sostenga nella lotta per la pace. E rendo grazie a Dio per la liberazione dei due sacerdoti greco-cattolici. Possano tutti i prigionieri di questa guerra tornare presto a casa! Preghiamo insieme: tutti i prigionieri tornino a casa”.
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