di Federica Marengo martedì 18 marzo 2025

-Ieri mattina, in occasione della Giornata dell’Unità nazionale , della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera, istituita per legge nel 2012, nella data di proclamazione a Torino, il 17 marzo del 1861, dell’Unità d’Italia, il Presidente della Repubblica Mattarella si è recato all’Altare della Patria per rendere omaggio al Milite Ignoto sulla cui tomba ha deposto una corona d’alloro.
Presenti alla cerimonia, il ministro della Difesa Crosetto, i Presidenti di Senato e Camera, La Russa e Fontana, la Presidente del Consiglio Meloni, il Presidente della Corte Costituzionale Amoroso, le autorità civili e militari, i rappresentanti delle Interforze e delle associazioni Combattentistiche e d’Arma.
Nella sua dichiarazione, il Capo dello Stato ha sottolineato: “Il 17 marzo celebra la nascita dell’Italia e, con essa, l’unità conquistata a caro prezzo con il Risorgimento, insieme alla riappropriazione, con la lotta di Liberazione, della propria identità e unità dopo l’occupazione nazista e la rottura istituzionale operata con la nascita, nel Nord Italia, del regime della Repubblica Sociale.
La “Giornata dell’Unità Nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera”, richiama a ciascheduno i valori su cui si fonda la nostra comunità e le aspirazioni che la animano per la costruzione di una società sempre più coesa e inclusiva, che sappia guardare con fiducia al domani, nell’orizzonte europeo.
La ricorrenza del 17 marzo sollecita l’impegno di ogni cittadino per rendere sempre più effettiva la realizzazione degli ideali di libertà e giustizia della Repubblica, affrontando le sfide per rendere concreta la pace in un contesto internazionale ove sono prevalse spinte aggressive, in Ucraina come in Medio Oriente”.
La Premier Meloni, in un post sui suoi account social ha dichiarato: “17 marzo, Giornata dell’Unità Nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera. Oggi celebriamo l’identità della Nazione, i valori che ci uniscono e il percorso che ha forgiato l’Italia. Quest’anno, questa ricorrenza assume un significato ancora più solenne: il Consiglio dei Ministri ha colmato una lacuna normativa di sette anni e ha approvato lo schema di decreto del Presidente della Repubblica che stabilisce le modalità di esecuzione dell’Inno nazionale – “Il Canto degli Italiani” scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro – nelle cerimonie istituzionali e pubbliche. Un doveroso atto di rispetto verso uno dei simboli più rappresentativi della Nazione e della storia d’Italia. Viva l’Italia, la nostra storia, la nostra Bandiera”.
Inoltre, come si legge in una nota di Palazzo Chigi, la Presidente del Consiglio: “ha designato i rappresentanti del Governo che hanno deposto le corone d’alloro presso le tombe dei Padri della Patria: Giuseppe Mazzini, Camillo Benso di Cavour, Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi”.
Quindi, il Ministro per la Pubblica Amministrazione, Zangrillo si è recato a Genova, presso il Cimitero di Staglieno ,dove riposano le spoglie mortali di Giuseppe Mazzini, il Sottosegretario di Stato per la Giustizia, Delmastro Delle Vedove al Cimitero di Santena, in provincia di Torino, dove si trova la tomba di Camillo Benso di Cavour, la Ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Calderone alla cerimonia presso il Cimitero di Caprera, che accoglie Giuseppe Garibaldi e la Sottosegretaria di Stato per la Difesa, Rauti, al Pantheon di Roma, dimora della salma di Vittorio Emanuele II°.
Infine, è stato disposto per 24ore l’imbandieramento speciale degli edifici pubblici e l’illuminazione della facciata principale di Palazzo Chigi con il Tricolore italiano.
Nel pomeriggio, invece, la Premier Meloni ha incontrato a Palazzo Chigi il Re di Giordania, Abdullah II°, recatosi prima in visita al Palazzo del Quirinale.
Secondo la nota diramata al termie del colloquio da Palazzo Chigi, al centro del bilaterale vi è stata la situazione a Gaza: “dove rimangono urgenti i bisogni umanitari”. In merito, la Presidente Meloni e il Re di Giordania Abdullah II° hanno espresso “apprezzamento per la solida cooperazione tra le due Nazioni nell’assistenza umanitaria, sia nel quadro dell’iniziativa italiana Food for Gaza, sia con l’iniziativa giordana per un ponte aereo, cui l’Italia ha contribuito con elicotteri resi disponibili dal Ministero della Difesa”.
La Premier ha anche ribadito il “pieno sostegno all’importante ruolo svolto dalla Giordania nella regione mediorientale, come forza di pace e di dialogo”.
Al centro del colloquio, poi, anche la situazione in Siria, riguardo cui entrambi hanno sottolineato “la necessità della fine delle violenze e di una transizione inclusiva che coinvolga tutte le componenti della società e l’importanza “cruciale” di una “ripresa economica, anche nell’ottica di permettere un ritorno volontario, dignitoso, sicuro e sostenibile dei rifugiati in Siria”.
In ultimo, alla luce dell’ “eccellente stato delle relazioni bilaterali in tutti i settori, i due Leader hanno concordato che la prossima riunione del Processo di Aqaba per il rafforzamento della cooperazione internazionale nel contrasto del terrorismo, con un focus sulla regione dell’Africa occidentale, si svolga a Roma nel corso del corrente anno”.
Sempre nel pomeriggio e , sempre a Palazzo Chigi, si è tenuta la Cabina di regia PNRR, riguardante la Missione inclusione e coesione, convocata e presieduta dal Ministro per gli Affari europei, il PNRR e le Politiche di coesione, Foti, cui hanno partecipato il Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Durigon, i Presidenti delle Regioni e i rappresentanti della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, con l’obiettivo di “verificare lo stato di attuazione della riforma per la riqualificazione dei servizi di politiche attive del lavoro e della formazione – Programma Garanzia Occupazione Lavoro (GOL) in ambito regionale”, rivolto alle persone in cerca di occupazione, percettori di ammortizzatori sociali o di una misura di sostegno economico di integrazione al reddito, ma anche ai lavoratori fragili e disoccupati per incentivare percorsi di politica attiva personalizzati rispetto ai differenti bisogni dei destinatari.
Come riportato da Palazzo Chigi: “Nel corso della Cabina di regia è stato fatto il punto sul positivo avanzamento fisico della riforma, che prevede il conseguimento di tre target entro la fine del 2025; ad oggi è stato raggiunto il 65% del target finale, con 1,9 milioni di beneficiari a fronte dei 3 milioni di destinatari previsti; nell’ambito dei suddetti destinatari, 800.000 partecipano alla formazione professionale e di questi ultimi 300.000 sono i beneficiari di percorsi formativi in competenze digitali. Il terzo obiettivo da traguardare è il potenziamento di almeno l’80% dei Centri per l’Impiego, attraverso il miglioramento dei servizi di qualità, l’analisi dei fabbisogni delle competenze, la definizione di piani formativi individuali, l’offerta di servizi efficaci di accoglienza e di orientamento all’occupazione. Allo stesso tempo la Cabina ha preso atto del limitato avanzamento finanziario della misura in capo alle Regioni attualmente pari al 9,3% delle risorse ripartite, al fine di stabilire una rimodulazione della dotazione finanziaria residua della misura in altri progetti virtuosi nell’ambito delle politiche attive per il lavoro, ferma restando l’incessante azione del Governo Meloni per interventi mirati ad implementare l’occupazione, soprattutto nel Mezzogiorno”.
Inoltre, per agevolare le Regioni nella verifica dei cronoprogrammi e nel conseguimento degli obiettivi previsti, è stata predisposta una ricognizione sullo stato di attuazione nel conseguimento del target finale della Riforma GOL secondo la tempistica e le condizionalità del Piano, e sullo stato di avanzamento finanziario, che “consentirà alle regioni di chiarire l’attuale avanzamento del target, l’avanzamento della spesa a fronte di quanto assegnato, nonché di rappresentare proposte ed azioni mirate e condivise per l’impiego delle risorse che non saranno assorbite dalla Riforma”, assicurando “la massima collaborazione alle Amministrazioni titolari per un adeguato supporto nella redazione delle attestazioni”.
Oggi pomeriggio, invece, la Presidente del Consiglio Meloni ha tenuto al Senato le Comunicazioni in vista del Consiglio Ue del 20 e 21 marzo, in discussione domani mattina anche alla Camera.
Nella sua relazione, la Premier, sottolineando il “momento estremamente complesso per le dinamiche globali, e allo stesso tempo decisivo per il destino dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente” e, auspicando che vi sia consapevolezza da parte di tutti “della gravità dei tempi” e della necessità di “provare a ragionare insieme di quali siano le scelte migliori per la Nazione, con senso di realtà e di responsabilità”, si è soffermata sui temi in agenda nella riunione dei 27 capi di Stato e di Governo a Bruxelles, illustrando la posizione dell’Italia in merito, a cominciare dai temi economici e dalla questione del rilancio e del rafforzamento della competitività.
L’Italia, quindi, insisterà, con forza, per proseguire un cambio di paradigma, che la Commissione ha cominciato a delineare attraverso la “Bussola per la Competitività”, e che ora deve trasformarsi “in atti concreti”, al fine di “assicurare un percorso di decarbonizzazione sostenibile per le imprese e per i cittadini, così da risolvere il divario nell’innovazione che l’Europa sconta, e ridurre le troppe e, troppo pericolose, dipendenze strategiche”.
Pertanto, ha detto la Presidente Meloni, l’Italia continuerà ad insistere “per una politica industriale efficace, che sappia combinare gli obiettivi ambientali con la competitività, rinunciando agli eccessi ideologici”, sottolineando che il “Clean Industrial Deal, presentato dalla Commissione, va in questa direzione”, ma che l’Italia intende “impedire che si trasformi in un nuovo Green Deal con un nome diverso”.
Per questo, l’Italia chiede azioni concrete: la prima, riguarda il settore delle auto, “settore industriale strategico per l’Europa che non può essere abbandonato al proprio destino”, riguardo cui l’Italia e la Repubblica Ceca hanno presentato un documento di lavoro sostenuto da numerosi Stati membri, grazie a cui “il 5 marzo scorso la Commissione ha presentato il Piano industriale per il settore automotive”, contenente “ alcuni primi sviluppi positivi, come la prospettiva di una soluzione , seppur temporanea , per il tema delle multe per i produttori non in linea con gli obiettivi di quota di mercato di veicoli, e l’anticipo della revisione degli obiettivi in termini di emissioni e che l’Italia vorrebbe fossero nelle Conclusioni di questo Consiglio Ue”.
Necessaria, inoltre, l’ applicazione del “principio della neutralità tecnologica, ad esempio ricomprendendo i biocarburanti ,oltre a e-fuels e idrogeno , tra le tecnologie utili ai fini della decarbonizzazione e affinché venga prestata la dovuta attenzione al settore dei veicoli pesanti, che finora è stato colpevolmente ignorato”.
A tal riguardo, la Premier ha evidenziato, l’ “i mportante annuncio, da parte della Commissione, di voler intervenire, come richiesto dall’Italia, sugli effetti distorsivi del CBAM, il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, che tanto hanno danneggiato la siderurgia europea”.
Ancora, per “ dare respiro ai settori produttivi, l’Italia sostiene con particolare forza la semplificazione e la riduzione degli adempimenti amministrativi”, avviata dalla Commissione Ue con “ i pacchetti Omnibus, il primo dei quali è stato presentato pochi giorni fa ed è dedicato alla semplificazione delle regole di rendicontazione e due diligence per la sostenibilità”.
Tuttavia, ha affermato la Premier, l’Italia inviterà la Commissione, e con lei i co-legislatori, “a lavorare per raggiungere l’obiettivo di ridurre il costo di tutti gli oneri amministrativi almeno del 25% per tutti, e almeno del 35% per le piccole e medie imprese, in modo da impedire che l’Europa venga soffocata dalle sue stesse regole”.
Fondamentale tassello per una seria strategia industriale europea , anche la sicurezza energetica, per cui “serve un’azione comune europea”, in quanto “i prezzi dell’energia troppo alti sono un freno evidente alla competitività, e per questo servono misure immediate e strutturali”.
In merito, “Il Piano d’Azione per l’energia accessibile, presentato contestualmente al Clean Industrial Deal, individua misure urgenti per la volatilità dei prezzi dell’energia e per aumentare la resilienza del sistema energetico nell’Unione europea. Ma servono anche misure a lungo termine. E tra queste, la riforma del mercato elettrico europeo, adottata a luglio scorso, rappresenta un importante passo in avanti per un mercato elettrico europeo più resiliente e flessibile, capace di garantire stabilità e prevedibilità dei prezzi. Ma sarà evidentemente fondamentale assicurarne un’attuazione veloce”.
Necessario anche migliorare l’ efficienza energetica e rafforzare sempre di più le interconnessioni dell’Italia ,candidatasi, attraverso il Piano Mattei, a diventare “l’hub di approvvigionamento e distribuzione in grado di far incontrare l’offerta, esistente e potenziale, del Continente africano, e la domanda europea di energia”.
Altro tema al centro del Consiglio Ue, il completamento dell’Unione dei mercati dei capitali, riguardo cui la Presidente del Consiglio Meloni ha detto: “E’ un passo decisivo e al tempo stesso una necessità per dotare l’Europa di un’infrastruttura finanziaria capace di stimolare quegli investimenti privati di cui non possiamo più fare a meno se vogliamo sostenere la competitività. Non possiamo fingere di non vedere come ogni anno oltre 300 miliardi di euro di liquidità europea finiscano in investimenti extra UE. Sono investimenti che abbiamo la possibilità, e il dovere, di intercettare. Il Vertice Euro, in agenda per giovedì pomeriggio, ci darà l’occasione di approfondire questi temi”.
Al vertice europeo, poi, vi sarà anche “un primo scambio di opinioni sulla revisione e sulla struttura del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale, ovvero il bilancio dell’Unione”, in merito a cui l’Italia intende “indirizzare meglio le risorse, individuare modalità innovative e sempre più efficaci per finanziare le nuove priorità strategiche, difendere al meglio le voci riguardanti le politiche per la coesione e le politiche agricole che, grazie anche alle riforme effettuate da questo Governo, oggi possono raggiungere performance sempre migliori”.
Quanto al tema dei dazi USA, non all’ordina del giorno del Consiglio europeo, la Premier ha evidenziato che “è un punto da tenere in grande considerazione, soprattutto per una Nazione esportatrice e da molti anni in surplus commerciale come l’Italia”, spigando: “Io sono convinta che si debba continuare a lavorare, con concretezza e pragmatismo, per trovare un possibile terreno d’intesa e scongiurare una “guerra commerciale” che non avvantaggerebbe nessuno, né gli Stati Uniti né l’Europa. E credo che non sia saggio cadere nella tentazione delle rappresaglie che diventano un circolo vizioso nel quale tutti perdono. Se è vero che i dazi imposti sulle merci extra UE possono teoricamente favorire la produzione interna, in un contesto fortemente interconnesso come quello delle economie europea e statunitense, il quadro si complica. I dazi possono facilmente tradursi in inflazione indotta, con la conseguente riduzione del potere d’acquisto delle famiglie e il successivo innalzamento dei tassi da parte della Banca Centrale Europea per contrastare il fenomeno inflattivo, come abbiamo già visto. Risultato: inflazione e stretta monetaria che frenano la crescita economica. Non sono certa, insomma, che sia necessariamente un buon affare rispondere ai dazi con altri dazi. Per questo, credo che le energie dell’Italia debbano essere spese alla ricerca di soluzioni di buon senso tra Stati Uniti ed Europa, dettate più dalla logica che dall’istinto, in una ottica di reciproco rispetto e di convenienza economica”.
Altra questione al centro del summit Ue, il governo dei flussi migratori, riguardo cui la Presidente del Consiglio Meloni ha detto: “Anche in questa occasione si riunirà il tavolo che l’Italia promuove insieme a Danimarca e Paesi Bassi e che vede coinvolti i governi maggiormente impegnati nel contrasto all’immigrazione irregolare. Anche questa volta, i lavori del Consiglio su questo tema sono stati anticipati dall’ormai consueta lettera della Presidente von der Leyen sull’attuazione della politica migratoria comune. Se oggi questi appuntamenti sono diventati una consuetudine; se finalmente ci si pone come priorità l’attuazione di partenariati paritari con le Nazioni di origine e transito, la difesa dei confini esterni dell’Unione europea, il rafforzamento della politica dei rimpatri, la costruzione di soluzioni innovative, questo lo si deve al ruolo decisivo che l’Italia ha svolto in questi anni per cambiare l’approccio europeo in materia di immigrazione. Queste direttrici hanno orientato il nostro lavoro e ci hanno consentito di registrare un duplice obiettivo: la drastica riduzione degli sbarchi sulla rotta del Mediterraneo centrale, in particolare grazie al crollo delle partenze dalla Tunisia e dalla Libia, e la riduzione complessiva degli ingressi irregolari nella UE, anche sulle altre rotte, come quella balcanica. Nel 2024 gli sbarchi si sono ridotti del 60% rispetto al 2023 e di oltre il 35% rispetto al 2022. E a differenza di quello che ho sentito sostenere, attualmente i numeri di quest’anno sono in linea con quelli del 2024, con piccole oscillazioni, date soprattutto da una complessa dinamica libica. Ma ci sono altri dati significativi che voglio condividere con voi. L’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni ci dice che nel 2024, sulla rotta del Mediterraneo centrale, a fronte di circa 66 mila arrivi, si sono registrati 1.695 morti e dispersi. Nel 2023, con oltre 157 mila arrivi irregolari, i morti e i dispersi sono stati 2.526. Nel 2014, l’anno dell’operazione Mare Nostrum, che nasceva per salvaguardare la vita in mare, gli arrivi furono circa 170 mila e si contarono 3.126 morti e dispersi. Cosa ci dicono questi dati? Ci dicono che diminuire le partenze e stroncare il business dei trafficanti è l’unico modo per ridurre il numero dei migranti che perdono la vita nel tentativo di raggiungere l’Italia e l’Europa. È questo il risultato che ci deve rendere maggiormente orgogliosi. In questi giorni abbiamo accolto con favore la proposta della Commissione europea sulla riforma del quadro legislativo europeo sui rimpatri, attraverso il passaggio da una Direttiva a un Regolamento direttamente applicabile nei 27 Stati Membri. Lo riteniamo uno sviluppo estremamente significativo, anche per armonizzare la prassi dei diversi Stati membri e rendere ancor più efficace l’azione di rimpatrio di chi non ha titolo ad essere accolto sul territorio europeo. È fondamentale che l’Unione europea diventi efficace in questo: se entri illegalmente in Europa non puoi rimanere sul nostro territorio, devi essere rimpatriato. Non dimentico, ovviamente, il nostro impegno sulle soluzioni innovative. Tra queste c’è, in prima battuta, il Protocollo Italia-Albania, che il Governo è determinato a portare avanti, anche alla luce dell’interesse e del sostegno mostrato da sempre più Nazioni europee. Anche qui, al di là della propaganda, penso sia chiaro a tutti che se nella nuova proposta di Regolamento si propone di creare centri per i rimpatri in Paesi terzi, è grazie al coraggio dell’Italia che anche su questo ha fatto da apripista. Naturalmente, stiamo seguendo con grande attenzione il ricorso pregiudiziale innanzi alla Corte di Giustizia, relativo proprio ai trattenimenti in Albania, ma non solo, e devo dire di essere rimasta favorevolmente colpita dal fatto che la maggioranza degli Stati membri UE, così come la stessa Commissione Europea, siano intervenuti, tra la fase scritta e la fase orale della causa, per sostenere la posizione italiana sul concetto di Paese sicuro di origine. L’auspicio, ovviamente, è che la Corte scongiuri il rischio di compromettere le politiche di rimpatrio, non solo dell’Italia ma di tutti gli Stati Membri e dell’Unione Europea stessa, perché significherebbe minare alla base il sistema di Schengen e la stabilità stessa dell’Europa. Ma, in ogni caso, noi stiamo proponendo alla Commissione di anticipare il più possibile l’entrata in vigore di quanto previsto dal nuovo Patto Migrazione e Asilo sulla definizione di Paese di origine sicuro, anche per fare definitiva chiarezza su un tema molto controverso e oggetto, come sapete, di provvedimenti giudiziari dal sapore spesso ideologico”.
Infine, all’ordine del giorno del Consiglio Ue del 20 e 21 marzo, le grandi crisi geopolitiche in atto, a partire dal complesso quadro in Medio Oriente e dalla situazione in Siria, in merito a cui la Premier ha evidenziato: “Seguiamo con grande preoccupazione la ripresa dei combattimenti a Gaza, notizia delle ultime ore, che mette a repentaglio gli obiettivi ai quali lavoriamo: il rilascio degli ostaggi, di tutti gli ostaggi, e una fine permanente delle ostilità, così come il ripristino di una piena assistenza umanitaria nella Striscia. Voglio riportare a questo Parlamento la gratitudine espressa ieri da Re Abdullah II di Giordania per il fondamentale contributo italiano all’iniziativa da lui promossa di un corridoio aereo per garantire aiuti umanitari nella Striscia. Detto ciò, l’Italia accoglie con favore il Piano di ricostruzione presentato al vertice del Cairo lo scorso 4 marzo dai Paesi arabi. Per poter muovere verso una sua applicazione, nella prospettiva più ampia di una pace stabile e duratura e della soluzione politica a due Stati, è però necessario che Hamas rilasci gli ostaggi e deponga le armi. Allo stesso tempo, torniamo ad esprimere la nostra preoccupazione per quello che sta accadendo in Siria, in particolare dopo gli ultimi brutali attacchi che hanno visto milizie legate al nuovo governo di transizione uccidere centinaia di civili, appartenenti in gran parte alla minoranza alawita, ma colpendo anche la minoranza cristiana. Insieme ai partner europei, siamo impegnati a richiamare il nuovo governo a garantire una transizione democratica, fondata sul rispetto e sulla piena inclusione di tutte le minoranze etniche e religiose, a partire da quelle alawita, cristiana e curda. Ci uniamo all’auspicio di Papa Francesco, affinché, cito testualmente, “il popolo siriano possa vivere in pace e sicurezza nella sua amata terra, e le diverse religioni possano camminare insieme nell’amicizia e nel rispetto reciproco”. E con l’occasione voglio rivolgere con voi un affettuoso saluto al Santo Padre, che anche in un momento di prova non ha mai fatto mancare la sua forza e la sua guida. Il mio augurio, e so di poter interpretare il sentimento non solo di quest’Aula, ma di tutto il popolo italiano, è quello di poterlo vedere il prima possibile ristabilito del tutto. La lotta al terrorismo è un altro aspetto determinante. Non ci devono essere spazi per un nuovo insorgere dell’Isis o ambiguità verso gruppi che intendano fare della Siria una base per organizzazioni terroristiche. Solo il rispetto di queste condizioni potrà consentire l’implementazione del ritiro delle sanzioni e delle misure restrittive iniziato settimane fa. Reputiamo, invece, molto incoraggianti gli sviluppi politici in Libano, e l’Italia continuerà a fare la propria parte a favore della stabilità e della sovranità libanese. In questo quadro, il mantenimento del cessate il fuoco rimane un fattore decisivo, così come l’impegno per sostenere le fasce più deboli della popolazione, a partire da sfollati interni e rifugiati”.
Altro scenario di guerra al centro del vertice Ue , la guerra di invasione russa all’Ucraina, con le questioni ad essa collegate del rafforzamento della difesa Ue e del piano ReArmEU , in merito a cui la Presidente del Consiglio Meloni ha chiarito: “In questi giorni ho sentito molte ricostruzioni che non ho condiviso e voglio cogliere questa importante occasione per ribadire alcuni punti fermi, e per me centrali. La nostra ferma e totale condanna della brutale aggressione all’Ucraina, così come il nostro sostegno al popolo ucraino, non sono mai stati in discussione, fin da quella terribile notte del 24 febbraio 2022 che ha scioccato il mondo. Ero allora la leader dell’unico partito all’opposizione del governo Draghi. Stavo per volare ad un convegno proprio negli Stati Uniti, quando arrivarono le prime notizie dell’invasione russa. Chiamai l’Ambasciatore ucraino per manifestargli la nostra vicinanza, sentii Mario Draghi per assicurargli il sostegno di Fratelli d’Italia e poi partii per gli Stati Uniti, ribadendo anche da lì la fermissima condanna dell’attacco su larga scala contro Kiev.
Scegliemmo allora da che parte stare, con chiarezza, condannando duramente un’aggressione militare che metteva a rischio le fondamenta stesse del diritto internazionale, e dando il massimo sostegno al popolo ucraino, che stava ricordando al mondo come la libertà fosse la cosa più preziosa della quale ogni essere umano dispone, e cosa fosse l’amor di Patria. Lo facemmo senza tentennamenti, perché ci sono momenti nei quali, lo dissi allora, i leader si distinguono dai follower, e chi ha a cuore l’interesse nazionale non lo baratta per una manciata di voti facili. A distanza di oltre tre anni, arrivati nel frattempo al governo della Nazione, quella scelta di campo è rimasta immutata. Non soltanto per Fratelli d’Italia, ma per l’intera maggioranza di centrodestra, che ha sempre e compattamente votato per questa linea. Questo impegno lo rivendichiamo davanti al mondo, con orgoglio e determinazione. L’Italia si é dimostrata una Nazione solida e credibile, che ha una posizione chiara, e che rivendica il suo spazio sullo scenario globale. Una Nazione che rispetta i propri impegni internazionali, a pieno titolo protagonista in Europa e in Occidente, e per questo anche una Nazione il cui parere conta. Con la stessa determinazione voglio dire che siamo al fianco del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ogni qual volta viene attaccato per la sola ragione di aver ricordato chi sono gli aggressori e chi gli aggrediti. Se l’Italia, insieme ai suoi partner europei e occidentali, avesse ascoltato i molti che, anche in quest’Aula, fin dai primissimi giorni dell’invasione, esortavano ad abbandonare al proprio destino l’Ucraina, perché “tanto non c’era modo di opporsi all’armata russa”, oggi non avremmo alcuno spiraglio di pace. Avremmo solo assistito, colpevoli, all’invasione di uno Stato sovrano da parte di una autocrazia. Avremmo gli Stati dell’Europa orientale minacciati da possibili invasioni, e con loro tutto il Continente in pericolo. Le cose non sono andate così. Dopo più di tre anni di guerra, di sofferenze indicibili per la popolazione civile e perdite ingenti di uomini e mezzi, la Russia controlla circa il 19% del territorio ucraino, e non solo non è riuscita a prendere possesso dell’intera Ucraina, come pensava di fare in appena tre giorni, ma non ha neanche il pieno possesso neppure delle quattro regioni che aveva proclamato “ufficialmente annesse” nel settembre del 2022.
È lo stallo sul campo, come ho detto tante volte, che oggi può portare all’apertura di negoziati per la pace e rivendichiamo con orgoglio che questo non sarebbe stato possibile senza il sostegno, compatto e determinato, assicurato dall’Occidente al popolo ucraino. Dunque, salutiamo positivamente questa nuova fase e sosteniamo gli sforzi del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in questo senso. L’Italia considera la proposta di cessate il fuoco concordata l’11 marzo a Gedda da Stati Uniti e Ucraina un primo, significativo, passo di un cammino che deve portare a una pace giusta e duratura per l’Ucraina, con garanzie di sicurezza solide, efficaci e di lungo periodo, per l’Ucraina stessa, per l’Europa nel suo complesso, e per i nostri alleati americani, che non possono permettersi di siglare un accordo di pace violabile. Questo passo in avanti è stato accompagnato positivamente dall’immediato ripristino delle forniture militari e dei servizi di intelligence americani a vantaggio di Kiev. È un passo in avanti che deve essere sostenuto compattamente, rimettendo ora la responsabilità di una scelta in capo alla Russia, da cui ci attendiamo concreti e rapidi passi nella stessa direzione. Sono giornate delicate, nelle quali io credo che sia più che mai necessario astenersi dal rincorrere il commento ad ogni singola dichiarazione di ogni protagonista in campo, lavorando invece intensamente sul piano diplomatico, fuori dal clamore, alla ricerca di un difficile equilibrio che possa soprattutto garantire all’Ucraina un futuro sicuro e a noi la serenità che i cittadini vogliono tornare ad assaporare. Ma per farlo, intendiamo continuare a insistere su quello che per noi non è soltanto un pilastro culturale e di civiltà, ma un banale dato di realtà: non è immaginabile costruire garanzie di sicurezza efficaci e durature dividendo l’Europa e gli Stati Uniti. È giusto che l’Europa si attrezzi per fare la propria parte, ma è nella migliore delle ipotesi ingenuo, nella peggiore folle, pensare che oggi possa fare da sola, senza la NATO, fuori da quella cornice euro-atlantica che per 75 anni ha garantito la sicurezza dell’Europa e che in questi ultimi 3 anni ha consentito all’Ucraina di resistere. Chi ripete ossessivamente che l’Italia dovrebbe scegliere tra Europa e USA lo fa strumentalmente, per ragioni di polemica domestica o perché non si è accorto che la campagna elettorale americana è finita, dando a Donald Trump – piaccia o no – il mandato di governare e di conseguenza ai partner occidentali di fare i conti con questa America. Chi per ragioni diverse alimenta una narrazione diversa, tentando di scavare un solco tra le due sponde dell’Atlantico, non fa che indebolire l’intero Occidente, a beneficio di ben altri attori. Noi crediamo che l’Italia debba spendere le sue energie per costruire ponti, non per scavare solchi. E, pur in uno scenario tutt’altro che facile, può fare la sua parte. Così come riteniamo che l’Italia debba lavorare, dialogando con i propri partner, a proposte efficaci per la costruzione di una pace giusta e duratura.
E non ci interessa il protagonismo delle parole, ci interessa il protagonismo dei fatti. Significa, anche, che il ruolo dell’Italia non è quello di seguire acriticamente i partner europei piuttosto che statunitensi, ma al contrario quello di offrire il suo franco punto di vista e se necessario segnalare anche il suo dissenso, perché la posta in gioco è troppo alta. E questo fa una Nazione seria. È quello che abbiamo fatto di fronte a proposte che rispettiamo ma non ci convincono, sempre ringraziando, in ogni caso, chiunque in questa fase si assuma la responsabilità di fare delle proposte. Quindi, ancora una volta sarò chiara, anche davanti a quest’Aula: l’invio di truppe italiane in Ucraina è un tema che non è mai stato all’ordine del giorno, così come riteniamo che l’invio di truppe europee , proposto in prima battuta da Regno Unito e Francia , sia un’opzione molto complessa, rischiosa e poco efficace. Ecco perché la proposta che io ho formulato ai nostri partner europei e occidentali prevede l’attivazione di garanzie di sicurezza, tra l’Ucraina e le Nazioni che intendono sottoscriverle, sul modello del meccanismo previsto dall’articolo 5 del Trattato NATO, senza che questo implichi necessariamente l’adesione di Kiev all’Alleanza Atlantica. E, vista la confusione che si è fatta anche su questo, ricordo che i termini dell’art. 5 del Trattato NATO non prevedono, come si dice, l’automatica entrata in guerra in caso di aggressione di uno Stato membro. Prevedono l’assistenza alla Nazione aggredita con l’azione che si reputa più necessaria. Il ricorso all’uso della forza è una delle opzioni possibili, ma non è l’unica opzione possibile. E il meccanismo che immaginiamo non sarebbe ovviamente a senso unico, ma permetterebbe alle Nazioni che intendono sottoscrivere le garanzie di poter contare anche sull’Ucraina in chiave difensiva, e oggi l’Ucraina possiede uno degli eserciti più solidi dell’intero continente. È una proposta che noi reputiamo molto seria, e sulla quale sto riscontrando un consenso crescente. E sarebbe, dal nostro punto di vista, decisamente meno complessa, meno dispendiosa e più efficace delle altre proposte attualmente in campo. Le garanzie di sicurezza restano la chiave di volta di qualsiasi ipotesi di pace duratura in Ucraina e in Europa, e rappresentano anche il modo migliore per costringere la Russia a giocare a carte scoperte: se non è nelle intenzioni di Mosca procedere in futuro a una nuova invasione, quale sarebbe il motivo di un’opposizione a garanzie di sicurezza solo difensive? Questa è la proposta che l’Italia sta confrontando con i propri partner. Il Consiglio Europeo sarà quindi chiamato a fare passi avanti in questa direzione, e come sempre faremo la nostra parte.
Così come faremo sull’altro grande tema in discussione, quello della difesa. Come sapete, il 6 marzo scorso si è svolto il Consiglio informale sulle tematiche della difesa, che molto stanno occupando il dibattito politico in questi giorni, tanto a livello nazionale quanto europeo. È una discussione che proseguirà anche nel Consiglio ordinario, nel corso del quale ci si confronterà sul Libro Bianco sulla difesa. Anche qui, l’occasione mi consente di fare chiarezza su alcuni punti, fuori da ogni semplificazione e strumentalizzazione di parte .Il 6 marzo la Presidente von der Leyen ha presentato il piano “ReArm Europe”. Al di là dei contenuti, sui quali arrivo tra poco, già in quella sede ho segnalato di non condividere questa denominazione. Si è detto che chiedevo di cambiare il nome perché voglio confondere i cittadini, ma io l’ho fatto perché credo che, invece, ReArm Europe sia un nome fuorviante per i cittadini. Che cosa intendo: certamente oggi siamo chiamati a rafforzare le nostre capacità difensive, di fronte alle nuove sfide geopolitiche, alle maggiori responsabilità a cui veniamo richiamati in ambito NATO e alla necessità di rafforzare il ruolo dell’Europa in questo contesto. Ma oggi, rafforzare le nostre capacità difensive non significa banalmente acquistare armamenti. Intanto, perché non si tratta di acquistarli, magari da Paesi stranieri, quanto semmai di produrli, rafforzando la competitività e sostenendo gli investimenti delle nostre aziende e del nostro tessuto produttivo. Ma, ancor prima, perché rafforzare le nostre capacità di difesa significa occuparsi di molte più cose, rispetto al semplice potenziamento degli arsenali. In tempi di minacce ibride, la sicurezza è una materia molto vasta. Pensiamo alla difesa dei confini, alla lotta al terrorismo, all’importanza della cyber-sicurezza, soprattutto nell’epoca dell’intelligenza artificiale, quando un attacco hacker può in un attimo mettere a rischio l’operatività dei servizi essenziali. Pensiamo alla necessità di sviluppare e difendere il dominio sottomarino, laddove passano gran parte delle nostre comunicazioni e dei nostri dati; pensiamo a quanto è importante presidiare i gasdotti e le altre infrastrutture energetiche, garantire la sicurezza delle rotte commerciali e delle catene di approvvigionamento alimentari, presidiare il dominio spaziale. Tutte cose che non si fanno semplicemente con le armi. Senza questo approccio a 360 gradi non c’è difesa. Senza difesa non c’è sicurezza. Senza sicurezza non c’è libertà, perché senza sicurezza noi non possiamo proteggere l’Italia, le sue imprese e i suoi cittadini. Quindi, quando abbiamo proposto di rinominare il piano utilizzando le parole, per esempio, “Defend Europe”, non abbiamo posto una semplice questione semantica o nominalistica, ma abbiamo proposto una questione di sostanza. Di merito. Noi riteniamo che debba essere chiaro che con le risorse a disposizione si possono finanziare anche tutte le cose che ho elencato. Materie che non dovrebbero essere una preoccupazione solamente per la sottoscritta, ma per tutti coloro che sono seduti in quest’Aula. Un altro punto che mi interessa chiarire riguarda l’entità finanziaria del Piano. La Presidente von der Leyen ha indicato in 800 miliardi di euro la sua dimensione complessiva. Credo che sia molto utile precisare, a beneficio del Parlamento e ancor più dei cittadini che ci ascoltano, che questi 800 miliardi di euro non sono né risorse che vengono tolte da altri capitoli di spesa né risorse aggiuntive europee. Anzi, sul primo punto, voglio ricordare che l’Italia si è opposta con fermezza alla possibilità che una quota dei fondi di coesione, risorse fondamentali per noi, venisse automaticamente spostata sulla difesa. È una battaglia che abbiamo vinto. Rimane la possibilità per gli Stati membri di utilizzare volontariamente una quota dei fondi di coesione, e approfitto per annunciare che l’Italia non intende distogliere un solo euro dalle risorse della coesione. Spero che almeno su questo possiamo trovarci tutti d’accordo. Dopodiché, il Piano arriva a 800 miliardi di euro con due voci. La prima, 150 miliardi, dovrebbe corrispondere a prestiti che gli Stati Membri possono attivare, se reputano opportuno farlo, garantiti dall’Unione Europea. Si tratta cioè di eventuali prestiti su base volontaria, ma su questa misura ci riserviamo di dire di più quando avremo tutti i dettagli. La seconda voce, che vale 650 miliardi, è sostanzialmente teorica, nel senso che è la stima di quanto potrebbe cubare un ulteriore indebitamento nazionale se ciascuno Stato Membro decidesse di ricorrere a deficit aggiuntivo per massimo l’1,5%, al di fuori del vincolo della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità e crescita. In sostanza, non si tratta di spendere 800 miliardi di risorse attualmente esistenti nei bilanci degli Stati Membri, magari tagliando servizi ai cittadini per poter reperire quelle risorse o smettendo di investire sugli altri capitoli. Si tratta invece della possibilità di ricorrere a deficit aggiuntivo, rispetto a quanto normalmente previsto dal Patto di stabilità. Questo è il quadro che ci è stato proposto, e in questo quadro l’Italia valuterà con grande attenzione l’opportunità o meno di attivare gli strumenti previsti dal Piano. Lo dico perché l’Italia può vantare, in questa fase storica, degli indicatori economici e finanziari estremamente positivi. Un patrimonio al quale non intendiamo rinunciare. Secondo l’ultimo Fiscal Monitor del Fondo monetario internazionale, l’Italia è l’unica Nazione del G7 ad essere tornata dopo il Covid in avanzo primario. Lo stato di salute dei nostri conti pubblici è molto buono, come testimonia anche il basso livello dello spread, stabilmente almeno cento punti al di sotto del livello che registravamo al nostro insediamento. È la ragione per la quale io credo che sia nostro dovere proporre anche soluzioni alternative alla semplice creazione di nuovo debito. Ed è per questo che, con il Ministro Giorgetti, che ringrazio per l’importante lavoro di questi giorni , abbiamo proposto un meccanismo di garanzie pubbliche europee, coordinato e integrato con i sistemi nazionali, sul modello di quello che è attualmente utilizzato per il programma “InvestEU”, per mobilitare più efficacemente i capitali privati e rilanciare gli investimenti nel settore della difesa, nel quale l’Italia – ricordiamolo – può vantare dei campioni assoluti. Così come uno straordinario tessuto di piccole e medie imprese ad alto tasso tecnologico, che vogliamo difendere e sostenere perché volano di crescita e di investimenti. Perché stimolare la crescita, in tutti i settori, è la sola garanzia per creare ricchezza da redistribuire. E una politica economica espansiva che dedicasse risorse, aggiuntive e non sostitutive, agli investimenti in sicurezza, ricerca, infrastrutture strategiche, nuove tecnologie, avrebbe un effetto rilevante sulla crescita economica e sull’occupazione, senza deteriorare le altre voci di spesa pubblica. Ovviamente mantenendo, come ho già detto, l’equilibrio complessivo dei conti pubblici che caratterizza questo Governo. Lascio quindi volentieri ad altri, in quest’Aula e fuori, quella grossolana semplificazione secondo cui aumentare la spesa in sicurezza equivale a tagliare i servizi, la scuola, le infrastrutture, la sanità o il welfare. Non è, ovviamente, così, e chi lo sostiene è perfettamente consapevole che sta ingannando i cittadini, perché maggiori risorse per la sanità, la scuola o il welfare non ci sono, attualmente, non perché spendiamo i soldi sulla difesa, ma perché centinaia di miliardi di euro sono stati bruciati in provvedimenti che servivano solo a creare consenso facile. La demagogia non mi interessa. Come sempre gli italiani giudicheranno, e gli italiani hanno dimostrato di essere molto più intelligenti di quanto certa politica creda. Penso che gli italiani sappiano bene che sono state proprio le classi politiche concentrate solo su sé stesse ad averci consegnato un’Italia debole. Ma non chiedete a me di lasciare questa Nazione esposta, incapace di difendersi, costretta a dire sì, semplicemente perché non ha un’alternativa. Non sono la persona giusta per questo. So che la libertà ha un prezzo; so che se non sei capace di difenderti da solo non puoi neanche decidere, contare, affermare il tuo interesse nazionale.
Il paradosso è che chi oggi sventola le bandiere della pace contro le spese per la difesa si lamenta anche di un’eccessiva ingerenza americana nelle nostre vicende. Beh, signori, le due cose non stanno insieme. O demandi la tua sicurezza ad altri, e gli altri decidono per te, o impari a difenderti da solo e decidi tu. Le due cose non stanno insieme. Ecco perché abbiamo sempre creduto nell’obiettivo , ambizioso ma io penso ormai improcrastinabile , di costruire quel solido pilastro europeo della NATO di cui parliamo da molto tempo e che deve affiancarsi al pilastro nordamericano, in un’ottica di complementarità strategica. Posizione che portiamo avanti da sempre, e che l’attuale maggioranza di governo ha consacrato anche nel programma con il quale si è presentata agli italiani”.
In chiusura, poi, la Premier Meloni ha citato Pericle: “Non è un tempo facile quello nel quale ci è stato dato il compito di guidare questa nazione. Il quadro è in continua mutazione, e le nostre certezze continuano a diminuire. Ma c’è una certezza che per me non viene meno. Con una visione chiara, un po’ di coraggio, concentrandosi solo sulle cose davvero importanti, e mantenendo come principale bussola di riferimento il suo interesse nazionale, l’Italia ha tutte le carte in regola per attraversare anche questa tempesta. Personalmente sono, e sarò insieme a tutto il governo, concentrata solo su questo. Come diceva Pericle: ‘La felicità consiste nella libertà e la libertà dipende dal coraggio’. Metteremo tutto il coraggio che serve, perché ai nostri figli domani non manchino la libertà e la felicità”.
A seguire, dopo la discussione generale dell’Aula, la Presidente del Consiglio Meloni ha proceduto alla replica agli interventi dei senatori e delle senatrici in materia di dossier sicurezza, dazi, politica economica e riforme, cui sono seguite le dichiarazioni di voto e le votazioni sulle risoluzioni di maggioranza e opposizioni.
Il governo ha espresso quindi parere favorevole alla risoluzione di maggioranza e contrario a quelle di M5S, IV, AVS, PD e Azione. Approvata, quindi , con 109 voti favorevoli, 69 contrari e quattro astensioni , la risoluzione della maggioranza.
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